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Combattere il femminicidio con il metodo Scotland
Nel 2012 sono state 102 le donne uccise in Italia
Nel 2012 sono state 102 le donne uccise in Italia

102 vittime nel 2012, una donna uccisa quasi ogni due giorni. E nella maggior parte dei casi gli autori di questi delitti sono mariti, ex fidanzati, comunque persone nella cerchia affettiva delle mura domestiche. Ma è possibile fermare il femminicidio? Nel Regno Unito la baronessa Patricia Scotland – ex Guardasigilli del governo laburista ed ora membro della Camera dei Lordsha fondato la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (EDV).

Secondo il piano stilato dalla Scotland, per ridurre gli omicidi, la sofferenza delle famiglie, la spesa per lo Stato, il costo del lavoro – dalle istituzioni ai datori di lavoro – bisogna sviluppare un piano integrato che affronti il problema nella sua complessità. A Trinidad e in Spagna hanno creduto alla proposta di Scotland. Dal 1990, il governo di Trinidad e Tobago – il primo ad adottare le misure da lei proposte – ha registrato una diminuzione dei casi di violenza domestica del 64%.

Il sistema ideato dalla Scotland funzionerebbe anche nel nostro Paese? Lo abbiamo chiesto a Marina Calloni, professoressa di Filosofia Politica e Sociale presso l’Università di Milano-Bicocca, membro del Comitato Interministeriale dei Diritti Umani (CIDU) presso il Ministero degli Affari Esteri e dal 2007 al 2010 vice-rappresentante per l’Italia presso l’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (Vienna).

«Direi di sì, ma bisogna tenere in considerazione i diversi aspetti socio-demografici ed economici dei due paesi: nel Regno Unito le donne impiegate raggiungono il 75 per cento, mentre in Italia sono solo il 54 per cento, indicando tanto la mancanza di opportunità, quanto la consistenza del lavoro in nero».

E nel modello Scotland la partecipazione del datore di lavoro per combattere la violenza sulle donne è fondamentale?
«Esattamente. Bisogna cooperare con i datori di lavoro, sensibilizzarli, educarli: per la donna vittima di violenza, mantenere il lavoro è fondamentale.  I datori di lavoro sono però solo un anello della catena anti-violenza, immaginata dalla Scotland. Il sistema si fonda infatti su tre elementi integrati: servizi funzionali, nel senso di interconnessione tra sistema giudiziario, polizia, servizi medico-sanitari e sociali, protezione e assistenza legale per le vittime; risultati economici, derivanti dalla diminuzione delle assenze dal lavoro causate da maltrattamenti; valutazione dei costi umani attraverso la promozione di politiche sociali ad hoc. Puntare su questi tre aspetti, in Gran Bretagna, è significato ridurre i casi di violenza e, allo stesso tempo, aumentare il PIL perché le donne possono tornare a lavorare, sapendo di essere assistite e di potere avere goustizia».

Di quanto sono diminuite le violenze con il metodo Scotland?
«Nel 2003 le cronache londinesi  hanno registrato 49 omicidi di donne vittime di violenza domestica, nel 2010, con il progetto Scotland già avviato, il numero è sceso a cinque. Benefici umani, ma anche finanziari: nel 2003 il costo del mancato lavoro delle donne era pari a 2 miliardi e 700.000 di sterline, fra il 2004 e il 2009 il costo è stato ridotto del 61 per cento e il risparmio è stato calcolato in 7,1 miliardi di sterline».

EDV sta definendo accordi con l’Università di Milano-Bicocca, ci spiega di cosa si tratta?
«Siamo ancora nella fase embrionale del progetto. A marzo Patricia Scotland sarà nella nostra Università per parlare del suo modello anti-violenza e per trovare con noi la soluzione più adatta all’Italia. Potremo poi così elaborare una strategia integrata che preveda la collaborazione fra il sistema educativo, l’ambito lavorativo, le istituzioni e le associazioni di donne della società civile che da sempre combattono contro la violenza di genere.»

Si tratta dell’approccio che Scotland chiama olistico?
«Sì. La violenza di genere non può essere affrontata da un solo lato, ma nella sua complessità e grazie all’apporto di tutti. E in questo gioca un ruolo fondamentale il mondo della ricerca e dell’educazione. Proprio per questo, lo studio della violenza di genere è diventato una delle principali questioni su cui si stanno ormai impegnando molte docenti di Bicocca, grazie a progetti collaborativi. L’incontro con Scotland segue dunque un piano di lavoro internazionale che aveva tra l’altro visto nel gennaio scorso la presenza nella nostra università di Rashida Manjoo, special rapporteur dell’ONU per la lotta contro la violenza di genere ».

Oltre cento donne uccise nel 2012. Cosa si nasconde dietro questi numeri?
Alla base non c’è solo la difficoltà ad accettare la libertà femminile e l’autonomia della scelta. Vi è anche la crisi deflagrante della mascolinità tradizionale che col potere più assoluto che esista, l’omicidio, mira a riproporre schemi relazionali e immaginari di sottomissione che non esistono più. Gli uomini hanno la fragilità di non accettare l’abbandono, a cui contrappongono una reazione violenta. Non accettano che le donne siano diverse da come loro le vorrebbero, non si adeguano più al loro immaginario patriarcale. 

Cosa va cambiato nel nostro Paese?
«In Italia bisogna iniziare a lavorare a una serie di progetti integrati, come propone il modello Scotland.  Le vittime hanno bisogno di giustizia e di supporto, devono sapere che non sono sole. Gli autori di violenze sessuali, che spesso perpetuano i reati, vanno invece riportati all’umanità. E poi bisogna educare, sin dalla prima infanzia, alla non-violenza, al rispetto delle relazioni. Parlare di violenza significa porsi di fronte ad uno specchio: dobbiamo capire che anche noi, più o meno consapevolmente, possiamo sempre commettere atti di violenza, quando veniamo a esercitare azioni di potere, coercizione o strumentalizzazione nei confronti di altre persone. Questo è il primo passo, a partire da noi, altrimenti sarà difficile liberarci dalla violenza».

 

Maria Antonietta Izzinosa


  

  
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- ultimo aggiornamento di questa pagina 27/06/2017