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Gli stereotipi? Ingannano anche gli psicoterapeuti

E' più forte di noi: per quanto ci professiamo aperti e tolleranti, i nostri pensieri sono spesso e volentieri influenzati dagli stereotipi che hanno attecchito nella nostra cultura. E agli stereotipi non sfuggono nemmeno gli psicoterapeuti. A confermarlo è uno studio del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, The insidious effects of sexual stereotypes in clinical practice, pubblicato su The Journal of Sex Research.

I ricercatori di Milano-Bicocca hanno chiesto a oltre 150 professionisti della salute mentale di leggere attentamente uno dei quattro casi riguardanti pazienti gay e psicoanalisieterosessuali e di esprimere una serie di giudizi clinici sul paziente: è emerso che gli psicoterapeuti, così come tutte le altre persone, quando si trovano davanti a certe categorie sociali attivano degli stereotipi e ne vengono influenzati.

Ne abbiamo parlato con Simona Sacchi, docente di Psicologia sociale e autrice dello studio insieme ad Antonio Prunas, docente di Psicologia clinica, e Marco Brambilla, ricercatore di Psicologia sociale.


Qual è il risultato della vostra ricerca?

«La nostra ricerca suggerisce che gli psicoterapeuti, così come tutte le altre persone, quando si trovano davanti a certe categorie sociali attivano degli stereotipi. Siamo abituati a pensare agli stereotipi solo come un insieme di tratti (es. le donne sono emotive, gli immigrati sono disonesti) mentre questi schemi rigidi includono anche informazioni sul comportamento e, eventualmente, sui sintomi tipici di un certo gruppo sociale. Questa rigidità influenza la percezione di un possibile cambiamento. In linea con questa idea, i nostri dati suggeriscono che i terapeuti possono essere condizionati dall’orientamento sessuale del paziente nel valutare quanto questi possa trarre giovamento da un percorso di psicoterapia. Nello specifico, i terapeuti inclusi nel nostro campione hanno ritenuto che il paziente omosessuale con un disturbo del controllo degli impulsi sessuali avrebbe tratto minore beneficio da un percorso di psicoterapia rispetto al paziente eterosessuale. Questo non è avvenuto per un disturbo non associato all'omosessualità, come il disturbo del controllo della rabbia. Il risultato è compatibile con l'idea che sulle caratteristiche stereotipiche di una categoria sociale -in questo caso il sintomo- ci aspettiamo una minore possibilità di cambiamento.

Un risultato che ha implicazioni importanti?
«Sì, sappiamo infatti che i membri delle minoranze non eterosessuali, proprio a causa del pregiudizio e della discriminazione, si rivolgono più frequentemente della popolazione generale ai professionisti della salute mentale in cerca di supporto. È importante che l'ambiente che li accoglie sia il più possibile scevro da quegli stereotipi che hanno contribuito a originare il problema.
Inoltre la stessa logica può applicarsi benissimo ad altre categorie sociali. Ad esempio, le donne sono stereotipicamente più associate a disturbi d'ansia e a depressione».

Vi aspettavate un esito di questo tipo?
«Il risultato è totalmente in linea con le nostre ipotesi. In realtà, oltre all'effetto sulle aspettative terapeutiche e sulla prognosi, ci aspettavamo anche un effetto significativo sulla valutazione della gravità del quadro clinico del paziente. Ovvero, ci attendevamo che i terapeuti ritenessero il paziente gay più grave del paziente eterosessuale nel caso di un disturbo del controllo degli impulsi sessuali. Questo fortunatamente non è emerso».

Qual è la metodologia scientifica che avete utilizzato?
«Abbiamo utilizzato una metodologia sperimentale. Abbiamo elaborato due vignette cliniche fittizie: una che presenta un paziente con problemi nella gestione della rabbia e una che presenta un paziente con problemi nel controllo degli impulsi sessuali. Ciascuna di queste vignette è stata elaborata in due versioni: nella prima veniva presentato un paziente gay, nell’altra un paziente eterosessuale. Questa manipolazione è stata molto sottile. Abbiamo semplicemente inserito tra le informazioni personali che il paziente aveva una compagna piuttosto che un compagno. Abbiamo quindi chiesto a oltre 150 professionisti della salute mentale (psichiatri e psicoterapeuti) uomini ed eterosessuali di leggere attentamente uno dei quattro casi, assegnato in maniera casuale, e di esprimere una serie di giudizi clinici sul paziente descritto».

Come mai dei professionisti, e in particolare degli psicoterapeuti, possono essere influenzati dagli stereotipi?
«Per rispondere a questa domanda occorre forse chiarire la differenza tra stereotipi e pregiudizio. Il pregiudizio è un atteggiamento negativo, spesso connotato affettivamente, nei confronti di un gruppo sociale e che può portare a comportamenti socialmente nocivi come discriminazione, esclusione sociale e nei casi più estremi violenza. Non è questo il nostro caso. I terapeuti coinvolti hanno mostrato un basso livello di pregiudizio, sia implicito che esplicito, nei confronti delle minoranze non eterosessuali.
Gli stereotipi, invece, sono degli schemi basati su un'associazione tra una categoria sociale e alcune caratteristiche specifiche. In questo caso omosessualità-promiscuità. Noi tutti siamo sovraesposti, all'interno della nostra cultura, a questo tipo di associazioni, tanto che esse diventano automatiche e inevitabili. Talvolta non ci rendiamo neppure conto di come influenzino il nostro pensiero. Gli stereotipi si attivano, insomma, sia nelle persone con un alto livello di pregiudizio che nelle persone con un basso livello di pregiudizio. Purtroppo sono subdoli e pervasivi.

Alla base, quindi, c’è un problema culturale?
«Guardi, gli psicoterapeuti, pur essendo professionisti, sono persone che fanno parte di questa società, sono esposti allo stesso tipo di associazioni. E' quindi normale che siano soggetti all'effetto degli stereotipi, anche se sono un gruppo con atteggiamenti sicuramente più aperti e positivi nei confronti delle minoranze. Proprio perché lo stereotipo è automatico e spesso inconsapevole essere dotati di strumenti teorici e tecnici non basta. Insomma, non è un problema degli psicoterapeuti ma di tutti anche se gli effetti nella pratica clinica sono ovviamente specifici».

Qual è la strada giusta per cercare di superarli?
«Cambiare gli stereotipi è un processo molto difficile anche se possibile. Una strada è quella di modificare a livello culturale le associazioni indebite tra alcuni gruppi sociali e alcune caratteristiche a cui siamo continuamente esposti poiché veicolate dal linguaggio quotidiano, dai processi di socializzazione, dalla pubblicità e dai mass-media in genere. Questo percorso che passa attraverso il cambiamento culturale è efficace seppur lento. Faccio un esempio. Legalizzare le unioni civili porterà a rendere socialmente "visibili" coppie non eterosessuali stabili e famiglie. Questo sicuramente avrà come conseguenza un indebolimento dello stereotipo che vede gli omosessuali come promiscui e immorali. Nel momento in cui riusciremo a indebolire la forze di certi stereotipi anche gli psicoterapeuti smetteranno di utilizzarli e di esserne influenzati nella pratica clinica. Nel breve termine, invece, già rendere consapevoli i terapeuti degli effetti degli stereotipi e di come questi possano influenzare la loro diagnosi e la pratica clinica può aiutarli a controllarli e ad arginare gli effetti nocivi».

In archivio dal: 01/09/2017


  

  
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- ultimo aggiornamento di questa pagina 17/10/2017