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Ricerca sul dolore, se a soffrire è una donna non te ne accorgi

Milano, 6 aprile 2011 - Se a provare dolore è una donna sarà più difficile, per chi la incontra, accorgersi che sta soffrendo. È il risultato di una ricerca condotta, presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, da Paolo Riva, assegnista di ricerca, Simona Sacchi e Lorenzo Montali, ricercatori in Psicologia sociale, e Alessandra Frigerio, dottoranda di ricerca. Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Pain, ha infatti dimostrato che gli osservatori sono meno abili nell’identificare la sofferenza se ad esprimerla è un volto femminile.

Il viso è una fonte di informazioni cruciale per comprendere le emozioni e le sensazioni provate da una persona, ma anche un indicatore fondamentale per comprendere se chi abbiamo di fronte sta provando dolore. Più delle parole gli osservatori sono infatti guidati dalle espressioni del volto per giudicare se un individuo prova dolore e con quale intensità.  Lo studio ha indagato se il genere di chi soffre influenza la rapidità e l’accuratezza con la quale gli osservatori si accorgono che la persona che hanno di fronte sta soffrendo.

I ricercatori hanno utilizzato delle rappresentazioni computerizzate del volto umano (guarda gli avatar), generate con un software che consente  di manipolare le espressioni facciali insieme ad altre caratteristiche, tra le quali il genere. Sono stati così generati dei volti identici per ciascuna caratteristica, eccetto che per il loro genere e per le loro espressioni facciali. In questo modo, sono state controllate molte delle possibili variabili confondenti, come il grado di attrattività fisica del viso, la direzione dello sguardo, l’asimmetria facciale, l’etnia, l’età e la generale morfologia del viso.

Sono stati condotti tre esperimenti su 128 persone (34 nel primo esperimento, 56 nel secondo e 38 nel terzo). Nel primo, i partecipanti erano chiamati a giudicare il più velocemente e accuratamente possibile una serie di immagini statiche che raffiguravano volti maschili e femminili con diverse espressioni facciali (dolore, rabbia, disgusto e neutrale). Questo primo esperimento ha mostrato che i partecipanti commettevano un maggior numero di errori quando il volto che visualizzava un’espressione di dolore aveva delle sembianza femminili. Inoltre, i partecipanti hanno impiegato più tempo per identificare l’espressione di dolore espressa sui volti femminili rispetto a quelli maschili.

Nel secondo esperimento sono stati mostrati dei filmati. Ciascun filmato mostrava un volto — ancora una volta con sembianze maschili o femminili — che partendo da un’espressione neutra assumeva gradualmente un’espressione facciale specifica (dolore, rabbia, disgusto) con intensità sempre crescente. I risultati indicano che, quando i volti avevano  sembianze femminili, i partecipanti hanno avuto bisogno di un’espressione più intensa prima di stabilire che il volto esprimeva dolore. I risultati di questi primi due esperimenti suggeriscono dunque che le persone sono più lente e meno accurate nel giudicare il dolore su un volto con sembianze femminili rispetto ad uno maschile.

Infine, nel terzo esperimento sono stati utilizzati dei volti con sembianze androgine, ossia che erano stati in precedenza giudicati in egual misura appartenenti a uomini o a donne. Applicando a quei volti un’espressione di dolore, è stato appurato che i partecipanti allo studio ritenevano che quei volti fossero più di uomini che di donne.

Complessivamente, la ricerca mostra che un’espressione di dolore è meno facilmente riconosciuta quando appare su un volto femminile. I risultati potranno essere utili in campo clinico per mettere in atto programmi mirati alla formazione degli operatori sanitari, affinché siano consapevoli delle influenze esercitate dalle caratteristiche sociali dei pazienti sul loro giudizio clinico.

Ma il perché gli osservatori non riescono a leggere il dolore sul viso femminile, non è ancora del tutto chiaro. «Il nostro studio non ci ha permesso di capire il perché il dolore sia meno riconoscibile quando espresso da un volto femminile – spiega Paolo Riva, responsabile della ricerca -. Una possibilità è che la diversa esposizione degli osservatori al dolore espresso dalle donne e dagli uomini abbia innescato un processo di ridotta sensibilità nei confronti del dolore espresso dalla prime. E’ infatti noto come le donne siano soggette a un numero maggiore di sindromi dolorose, e pertanto, gli osservatori potrebbero essere stati esposti con maggiore frequenza al dolore espresso dai volti femminili. Una seconda possibilità riguarda gli stereotipi secondo cui le donne tenderebbero a drammatizzare le proprie emozioni e il proprio dolore. La presenza di questi stereotipi potrebbe incidere sulla tendenza a confondere il dolore espresso dai volti femminili con altre emozioni negative. Infine, una terza possibilità è che il dolore espresso da un volto maschile sia più saliente, perché da un punto di vista evolutivo il dolore potrebbe avere rappresentato anche una situazione di minaccia per gli osservatori. L'esperienza di dolore aumenta le tendenze aggressive in chi soffre; nel corso dell'evoluzione gli osservatori potrebbero avere imparato a temere di più (e quindi ad essere più accurati nel riconoscimento) un maschio che esprime dolore in quando individuo pronto ad aggredire».

 

 

 

 


  

  
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- ultimo aggiornamento di questa pagina 18/10/2017