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Schiavitù, ieri e oggi
catene

Capitalismo contemporaneo, debito, migrazione, precariato saranno fra i temi di EASA2016 , la Conferenza biennale della European Association of Social Anthropologists in programma dal 20 al 23 luglio all'Università di Milano-Bicocca. Abbiamo chiesto ad Alice Bellagamba, antropologa del nostro ateneo, di affrontare una questione spinosa relativa allo sfruttamento del lavoro: la schiavitù. 


Quali sono le schiavitù di oggi?

La schiavitù è legalmente abolita in tutti i paesi del mondo. Vi sono tuttavia delle forme di sfruttamento del lavoro che le assomigliano, al punto da essere riconducibili a casi di schiavitù. Se ne possono trovare nelle campagne degli Stati Uniti e dell’Europa meridionale (Italia inclusa), nelle abitazioni private della classe media europea e medio-orientale, nelle fornaci di mattoni del Pakistan, tra le piantagioni di zucchero di Santo Domingo, nelle miniere d’oro del Ghana e del Congo. La lista potrebbe essere ben più lunga.


La legge come definisce la schiavitù?

Partiamo dalla Supplementary Anti-Slavery Convention  del 1956 e le integrazioni degli ultimi anni, come lo Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale , che menziona la schiavitù fra i crimini di guerra, e le Bellagio-Harvard Guidelines on the Legal Parameters of Slavery .

Questa giurisprudenza definisce la schiavitù come “lo status o la condizione di una persona sulla quali siano esercitati qualcuno o tutti fra i poteri associati al diritto di proprietà”. Ma come stabilire i diritti di proprietà considerato che ormai in tutti i Paesi del mondo possedere schiavi è illegale? La distinzione fra diritti de jure, sanciti dalla legge, e de facto, cioè iscritti nelle pratiche sociali, consente di sostenere che laddove una persona eserciti “di fatto” sull’altra diritti di proprietà – per esempio ‘acquistandone’ la forza lavoro da un altro datore di lavoro -, esistono i termini legali per qualificare la relazione come schiavitù.

Sono istituzioni ‘analoghe’ alla schiavitù il lavoro forzato, l’asservimento per debiti, la servitù ereditaria, il matrimonio ‘forzato’ laddove la donna sia spinta dai familiari a un’unione indesiderata in cambio di beni o denaro, le pratiche per cui il marito o la famiglia d’origine hanno il diritto di trasferire una donna a una parte terza sempre in cambio di beni o denaro, il levirato. Qualsiasi situazione in cui un minore di 18 anni sia trasferito dai genitori o dal tutore ad altre persone con lo scopo di sfruttarne il lavoro è da includere nella lista.


Esistono forme di asservimento che esulano dalle maglie della legge? ali

Le campagne abolizioniste, che dalla fine del XVIII secolo cominciarono a svelare al largo pubblico gli orrori delle tratte negriere, ci hanno lasciato in eredità l’idea che la schiavitù sia il male assoluto, di fronte al quale qualsiasi altra forma di sfruttamento o assoggettamento perde valore. Così divengono oggetto d’attenzione e intervento solo le forme di sfruttamento del lavoro che, grazie alla mobilitazione delle persone coinvolte, alle campagne mediatiche o all’azione di organizzazioni internazionali come Free The Slaves  o la più antica Anti-Slavery International , finiscono con il guadagnare l’etichetta giuridica di ‘schiavitù’. Le altre prosperano indisturbate. Per questo, di fronte alla domanda iniziale su quali sono oggi le schiavitù, gli studiosi esitano a rispondere.


Che relazione c’è tra le schiavitù di oggi e i drammatici fenomeni migratori cui assistiamo negli ultimi tempi? 

La politica e i media associano con facilità i flussi migratori contemporanei al traffico di persone, che a sua volta è presentato come un’evoluzione del commercio in schiavi. Una spiegazione che distrae da altre questioni pertinenti, ovvero gli effetti delle politiche migratorie sempre più restrittive che l’Unione Europea e gli Stati membri hanno promosso negli ultimi quindici anni. Queste politiche mantengono un bacino enorme di manodopera priva di ogni diritto dentro all’Unione Europea o immediatamente al di fuori dei suoi confini, nei paesi cosiddetti di ‘transito’ (per esempio il Marocco). Sono i migranti ‘clandestini’, ‘irregolari’, ‘illegali’, categorie costruite dal punto di vista giuridico e nient’affatto naturali, persone che rischiano la deportazione e il cui rientro in patria è in ogni caso meno semplice di quanto possa immaginare il cittadino medio dell’Unione Europea. Sono una forza-lavoro pronta ad accettare qualsiasi condizione, i nuovi ‘schiavi’, che la stampa e la società civile scoprono indignati anche nelle nostre campagne.

Le dinamiche sono simili fuori dall’Europa: l’irrigidimento del confine fra Stati Uniti e Messico ha reso ‘illegali’ e pericolose le migrazioni di lavoro stagionali . Vincolando il migrante al suo datore di lavoro, il sistema giuridico della kalafa, che è tipico di tutta l’Asia Occidentale  , permette gli abusi che sono stati riscontrati nei cantieri per la Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Non sono realtà così lontane dalle nostre, considerato che Amnesty International ha incluso la Bossi-Fini del 2002 fra le legislazioni che al pari della kalafa rendono possibile l’asservimento del lavoratore migrante  .


Vi sono oggi forme di schiavitù in contesti e Paesi “insospettabili”? 

Sicuramente è facile additare l’Arabia Saudita, che sottoscrisse la Supplementary Anti-Slavery Convention con riluttanza nel 1962. Più difficile è pensare – come sostiene Anti-Slavery International – che ci siano 13000 schiavi nella Gran Bretagna contemporanea o che le grandi multi-nazionali traggano benefici dal lavoro dei detenuti . E l’Italia? Solo ora si è cominciato a riflettere sul legame storico fra le tratte negriere e l’utilizzo oggi di manodopera d’origine africana in varie regioni della penisola.

Isolare questo o quell’altro caso di schiavitù – che consideriamo delle cisti in un corpo altrimenti sano – è consolatorio per la nostra sensibilità anti-schiavista che dalla fine del XVIII secolo è diventata, grazie al movimento abolizionista, un tratto caratteristico dell’Occidente: schiavisti sarebbero sempre gli altri. Rimane indiscusso il punto fondamentale: l’economia mondiale – dalla produzione al consumo – beneficia largamente di rapporti di lavoro fondamentalmente iniqui. Rispetto al profitto di pochi, la dignità del lavoratore e del lavoro passa sempre in secondo piano.

 

 

Il nostro ateneo sviluppa ricerca su questi temi nell’ambito dell’ERC GRANT 3137373-Shadows of Slavery in West Africa and Beyond: a Historical Anthropology. QUI per approfondimenti. 


  

  
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- ultimo aggiornamento di questa pagina 11/08/2017