Grazie agli strumenti digitali e all'AI, abbiamo a nostra disposizione un gran numero di suggerimenti di qualità, ma la facilità di accesso ai consigli non garantisce decisioni migliori. Nella maggior parte dei contesti professionali e quotidiani, la decisione finale spetta ancora a una persona, che deve stabilire quando fidarsi del consulente, quando affidarsi al proprio giudizio e come combinare le due fonti di informazione. A indagare su questo aspetto del nostro processo decisionale è lo studio “Adaptive yet suboptimal integration of advice in decision-making”, pubblicato sulla rivista Communications Psychology del gruppo Nature e guidato dall’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Università di Pavia.
Il gruppo di ricerca, composto da Joshua Zonca (psicologia), Alice Giampino (statistica) e Carlo Reverberi (psicologia) di Milano-Bicocca, insieme a Paolo Cherubini (scienze del comportamento, Università di Pavia), ha provato a misurare quanto i consigli esterni siano messi a frutto dalle persone che li ricevono.
Nei due esperimenti, 89 partecipanti hanno interagito con sette “consulenti artificiali”, ciascuno caratterizzato da un diverso profilo. C’erano consulenti più o meno bravi del partecipante, consulenti più presuntuosi o più prudenti, consulenti la cui fiducia nella risposta era più o meno affidabile. Un ultimo consulente era invece una sorta di “sosia”, con caratteristiche simili a quelle del partecipante. I risultati mostrano che le persone non considerano abbastanza le caratteristiche dei consulenti. La prestazione migliora dopo un consiglio, ma non quanto potrebbe.
Lo studio identifica due cause principali. La prima è un bias egocentrico: chi decide tende sempre ad attribuire troppo peso al proprio giudizio, sottovalutando quello del consulente. La seconda è la difficoltà di passare dal generale al particolare, ovvero nel trasformare le conoscenze generali sulla qualità della fonte in aggiustamenti concreti nelle singole decisioni: come dire, di fronte al parere di un consulente più esperto di noi, dirsi un po’ troppo spesso “sì, nella media ne sa più di me, ma non in questo particolare caso”. Queste difficoltà persistono anche quando le persone vengono informate esplicitamente delle proprie capacità e di quelle del consulente. Lo scarto rispetto alla prestazione ottimale è risultato particolarmente ampio con i consulenti di qualità più elevata, proprio nei casi in cui il consiglio potrebbe offrire il maggiore vantaggio.