Pochi minuti in una cella simulata possono ridurre il pregiudizio verso le persone detenute

Giovedì 25 Giugno 2026
Il dato emerge da uno studio dei ricercatori del MIBTEC
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Installazione Extrema ratio, cella

Cosa si prova a stare in carcere? Comprendere davvero il peso psicologico dell’isolamento e dello stigma sociale è difficile quando non li si sperimenta in prima persona.

Da questa riflessione nasce lo studio Between the bars: Virtual reality and physical prison simulations link to reduced prejudice against incarcerated people, pubblicato su Computers in Human Behavior dai ricercatori Marco Marinucci, Paolo Riva, Teresa Traversa e Maria Elena Magrin del MIBTEC, Mind and Behavior Technological Center, del Dipartimento di Psicologia del nostro Ateneo.

La ricerca ha indagato se le esperienze immersive, sia virtuali sia fisiche, possano aiutare le persone a comprendere meglio alcuni aspetti psicologici della detenzione e a ridurre il pregiudizio verso le persone detenute

Nel primo studio, 138 partecipanti hanno indossato un visore di realtà virtuale e sono stati immersi per alcuni minuti in una cella carceraria virtuale oppure in un monolocale. Il confronto ha permesso ai ricercatori di distinguere l’impatto psicologico specifico di uno spazio progettato come una cella rispetto ad un ambiente neutro e non detentivo.

Nel secondo studio 93 partecipanti sono entrati in Extrema Ratio, un’installazione fisica ospitata a BiM Bicocca, in occasione del decennale del Polo Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca. L’installazione riproduceva una cella di 8 metri quadrati del carcere di San Vittore di Milano, con arredi autentici, ed era stata realizzata nel laboratorio di falegnameria del carcere di Bollate. In questo contesto, i ricercatori del Dipartimento di Psicologia hanno potuto studiare, in modo controllato, gli effetti psicologici di una breve esperienza immersiva in una cella simulata. I partecipanti sono entrati da soli nella cella e vi sono rimasti per alcuni minuti.

I risultati dei due studi convergono. Sia la cella in realtà virtuale sia quella fisica hanno aumentato nei partecipanti l’esperienza soggettiva di esclusione sociale. Questo vissuto, a sua volta, è risultato associato a una maggiore empatia verso le persone detenute; in particolare l’empatia emotiva è risultata collegata a una riduzione del pregiudizio. 

a cura di Redazione Centrale, ultimo aggiornamento il 25/06/2026