Siamo davvero in grado di riconoscere un volto creato dall’intelligenza artificiale? La risposta, secondo una nuova ricerca dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è più complessa di quanto si possa immaginare: mentre la percezione cosciente può essere facilmente ingannata, il cervello umano continua a distinguere i volti artificiali da quelli reali.
Lo studio, condotto presso il Laboratorio di elettrofisiologia cognitiva del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca dalla professoressa Alice Mado Proverbio e dalla dottoressa Mariia Dosaikina, ha analizzato il modo in cui il cervello elabora i volti generati dall’intelligenza artificiale. I risultati, finanziati dall’Ateneo e dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports con il titolo Neural signatures of hyper-realistic AI-generated faces: dissociating behavioral indistinguishability from implicit neural evaluation.
Nell’esperimento, 30 partecipanti hanno osservato 440 immagini di volti, metà reali e metà generati artificialmente, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso l’elettroencefalografia ad alta densità. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare se i volti fossero reali o prodotti dall’AI, oltre a indicarne familiarità e attrattività.
Il risultato è stato sorprendente: i volti artificiali sono stati riconosciuti correttamente soltanto nel 33% dei casi, una percentuale inferiore alla soglia del caso (50%). In altre parole, gli occhi e la coscienza spesso non riescono più a distinguere il reale dall’artificiale. Ma il cervello racconta una storia diversa.
Le analisi dei segnali elettrici cerebrali e delle sorgenti intracorticali hanno infatti mostrato che il sistema neurale continua a trattare in modo differente i volti generati dall’AI rispetto a quelli umani. Le immagini sintetiche attivano in maniera più intensa alcune reti cerebrali coinvolte nel riconoscimento dei volti, nella memoria, nella valutazione emotiva e nell’attribuzione di intenzioni agli altri individui.
«I dati elettrofisiologici mostrano che la tipica reazione di rifiuto associata all’“uncanny valley” non è scomparsa: si è spostata a un livello più profondo, neurale e inconsapevole», spiega la professoressa Proverbio. «Anche se la mente cosciente non la riconosce più, il cervello continua a percepirla attraverso una valutazione neurale implicita».
La ricerca mostra inoltre un altro elemento inatteso: i volti generati dall’intelligenza artificiale sono stati giudicati dai partecipanti più familiari, attraenti e affidabili rispetto ai volti reali. Un effetto legato alle caratteristiche degli algoritmi generativi, che tendono a produrre fisionomie più prototipiche e vicine a modelli di volto considerati comuni e riconoscibili dal cervello umano.
Il fenomeno supera così il tradizionale concetto di “uncanny valley” – la cosiddetta “valle perturbante” che descrive il disagio provocato da immagini o figure artificiali quasi umane ma non completamente realistiche. I volti sintetici più avanzati sembrano aver oltrepassato questa barriera sul piano comportamentale, diventando addirittura più rassicuranti per chi li osserva.
«Siamo entrati in una nuova era», aggiunge Proverbio. «Questi risultati potrebbero avere importanti implicazioni per la sicurezza digitale, la comunicazione e i social media. Se i volti generati dall’AI vengono percepiti come più rassicuranti di quelli reali, possono rappresentare una vulnerabilità cognitiva: tendiamo infatti a fidarci maggiormente di ciò che il nostro cervello riconosce come familiare».
La ricerca apre dunque nuove prospettive sul rapporto tra intelligenza artificiale e percezione umana: i deepfake non agiscono soltanto sulla nostra capacità visiva, ma possono interagire con i meccanismi più profondi attraverso cui il cervello costruisce fiducia, familiarità e riconoscimento sociale.